Azienda Agricola Conti Bossi Fedrigotti

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I vini di famiglia

Il vino, ma ancora più le vigne fanno parte della nostra vita, ci sono sempre state, elemento naturale, in un certo senso, per la nostra famiglia. Tanto più naturale in quanto anche tutte le altre famiglie della zona avevano vigneti, più o meno estesi e quindi dentro e fuori casa era normale che se ne sentisse parlare in continuazione. Sembrava che la vita dipendesse dalle viti, e così era, in effetti

E la stoffa di cui era fatta questa vita andava in scena, per lo più, a tavola, quando alla sera il papà tornava dalla cantina o dai campi, con la vecchia cartella marrone consumata e bisunta, senza più manico, che perciò teneva ferma sotto il braccio. Il suo volto preannunciava l’umore, strettamente dipendente dall’andamento di vino e vigne. E solo più tardi, negli anni, abbiano capito che il suo tendenziale pessimismo era in realtà soprattutto scaramantico per non scatenare l’invidia degli dei nei confronti della sua buona terra, del suo buon vino e del suo indefesso – e spesso fortunato- lavoro.

Preferibilmente si presentava, perciò, scuro in faccia, pronunciando a volte, parole misteriose, come peronospora, malbianco, filossera, capaci di minacciare il nostro futuro. E scuro anche in certe sere di primavera quando, all’improvviso, tornava il gelo. Bisognava, allora, tenersi pronti, con il buio, e andare per campi a incendiare vecchi copertoni tra i filari, di modo che il fumo denso e scuro scaldasse l’aria per tutta la notte, e beati i fratelli maggiori che, qualche volta, venivano ammessi al misterioso rito e potevano andare assieme al papà a mettere fuoco alle gomme.

E scurissimo, infine, era il suo volto, quando, d’estate, a grappoli già ben formati sulle vigne, si preannunciava grandine, brutte nuvole gialle, basse e pesanti sulla valle, e a chi toccava, toccava. Unica salvezza, non tanto la moderna, ragionevole polizza di assicurazione che, comunque, non avrebbe evitato lo scempio dei vigneti, e perciò inutile agli occhi dei viticoltori, bensì il cannone! Cannoncino, anzi, piantato nel cemento in alcuni punti strategici tra viottoli e filari, che, caricato con certe misteriose munizioni, colpiva al cuore le nuvolacce, strappandole in innocui brandelli. Era una guerra, allora, e le fiammate seguite dal rombo cupo, ora qui ora là, illuminavano per un attimo il basso cielo giallastro. Peccato solo con non sempre il cannoneggiamento funzionava, perché, non raramente, la nube appena stracciata si ricomponeva poco più in là, scaricando grandine non sempre già oltre il confine, sul vigneto del vicino.

Se invece l’estate passava liscia e la vendemmia andava bene, se i chicchi si presentavano belli sani e gonfi, se il mosto prometteva alti gradi di alcol, nonostante la lunga pratica scaramantica, il volto del papà non riusciva a restare del tutto chiuso, e ai poveretti senza una lira che eravamo –così, tendenzialmente, gli piaceva dipingerci- d’improvviso veniva concessa qualche larghezza. Ovvio che non si trattava di un invito ufficiale a largheggiare, bensì solo dell’apertura di un piccolo spiraglio per farci intendere che forse, era il momento giusto per annunciare che le scarpe stavano ormai piccole, che le biciclette erano ferri vecchi o che il motorino dei fratelli nella salita del cavalcavia arrancava a fatica. Sull’onda di una buona vendemmia, per lo più era però il papà che si premiava con un bel viaggio. Di lavoro, ovviamente, come ci teneva a giustificarsi, per andare a una fiera, a un convegno, a ritirare un premio, una medaglia, un diploma, una pergamena che negli anni si moltiplicarono, finendo per tappezzare gli uffici della cantina e poi anche i muri della sua stanza.

I giorni della vendemmia erano, naturalmente, i più importanti dell’anno, i più intensi e sentiti, quasi più sentiti del Natale, fibrillanti settimane di festa per tutta la valle nel dorato settembre trentino. E mentre i carri con i tini colmi d’uva, tirati da buoi e trattori, incrociavano per strade e piazze, tutta la contrada odorava di uva e di mosto, di graspi, di botti e di futuro vino.

A noi bambini era permesso partecipare, era obbligatorio, anzi, salire nei vigneti, ma eravamo assegnati soltanto al moscato per la tavola di casa, non certo ai preziosi merlot, teroldego o cabernet, destinati ai nobili usi di cantina, e perciò affidati alle mani esperte delle vendemmiatrici. Con scalette, sgabelli o altri ingegnosi rialzi riuscivamo a raggiungere i grappoli –solo quelli belli gialli, raccomandava la mamma- che tagliavamo uno ad uno riponendoli poi in ordine nelle cassette, piluccando nel frattempo senza posa, incuranti del solfato di rame che tingeva di azzurro i chicchi e lasciava un’ombra di amaro in bocca.

Venti, trenta cassette di moscato servivano per la casa, e a lavoro finito già non ne potevamo più di vendemmia, benché l’impresa più uggiosa dovesse ancora cominciare: e cioè la sistemazione dei grappoli nella dispensa della frutta, appesi a una serie di fili di ferro tesi in alto, in ordinata doppia o tripla trama. Se fuori, sulle attività di campagna e cantina governava il papà, su quella cerimonia casalinga regnava –non si sa se con vero piacere –la mamma. E noi bambini eravamo i paggi o, forse, gli schiavi, a sua disposizione. Se ne stava in piedi su un’alta scala, con addosso un vecchio grembiule azzurro che la avvolgeva tutta , e da sotto dovevamo porgerle, con le braccia costantemente in alto, due grappoli legati in coppia da un cordino bianco, che lei appendeva al fil di ferro. E alla sera avevamo male alle spalle, i capelli impiastricciati dagli acini caduti e più nessuna voglia di bel moscato giallo. Il quale, però, ci veniva imbandito a tavola, per settimane e mesi, sempre più grinzoso e striminzito sebbene dolce, è vero, quasi come zibibbo.

Negli anni migliori, se non era troppo piovuto, se avevamo scelto bene i grappoli, l’uva di casa poteva durare anche fino a Pasqua e i genitori se ne congratulavano, fieri di un simile primato che li dispensava dal comprare frutta per buona parte dell’anno, del tutto indifferenti alle proteste dell’uno o dell’altro dei figli che, di ritorno da una visita in casa di un compagno di scuola, lodava con invidia le belle banane e le grandi arance rosse che altrove venivano in tavola.

Poi bisognava vendere le bottiglie, e per riuscirci, il papà non indietreggiava davanti a nulla. Obbligava amici di passaggio, ospiti, parenti e conoscenti a seguirlo in cantina, ad assaggiare e a comprare: dodici bottiglie come minimo, una confezione per lo meno. Scriveva ad alberghi e ristoranti, mandava campioni, vicino e lontano. Più o meno lo stesso che aveva già fatto il bisnonno, cento anni prima, quando, afflitto da croniche ristrettezze economiche, mandava bottiglioni di rosso al suocero viennese, accompagnati da accorate lettere –che sopravvivono tuttora- nelle quali supplicava il vecchio principe Lobkowicz di trovare clienti per il suo vino.

Dapprincipio, il papà si metteva in viaggio anche di persona, con la macchina carica di cartoni, a visitare possibili acquirenti e la ricompensa per tanta ostinata fatica -una recensione entusiasta, una sua bottiglia nella vetrina di un particolare negozio, nella lista di qualche ristorante, magari lontanissimo, magari perfino all’estero, o, ancora meglio, sul tavolo dell’avventore accanto- poteva far breccia nel suo pessimismo propiziatorio per molti giorni di seguito. Di conseguenza, è ovvio che fu deluso, quasi un po’ offeso il giorno in cui, pranzando in una carrozza ristorante, il suo dirimpettaio, al quale si era presentato nel corso della conversazione, invece di chiedergli –come era ormai abituato ad aspettarsi- notizie del suo celebre Fojaneghe, volle sapere se era parente della scrittrice.

Isabella Bossi Fedrigotti

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